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Venerdì, 20 Ottobre 2017

Opportunità politiche ed obblighi morali

 

Un autorevole giornalista, prendendo spunto dal caso Cancellieri (la ministra della giustizia, parlando al telefono, si è informata presso la procura di Torino sulla salute di una detenuta, figlia di un suo conoscente e amico), si è chiesto qualche tempo fa quali fossero gli standard morali della politica italiana. Non molto alti, ha risposto, e ha proposto due criteri per migliorare la situazione: prendere in considerazione non i pensieri e le parole dei politici, bensì i loro atti; e in secondo luogo non usare mai nella valutazione politica due pesi e due misure, una per sé e una per gli altri. Su questo secondo criterio non posso ovviamente che essere d'accordo. Sul primo, invece, ho qualche perplessità: non si possono mettere sullo stesso piano pensieri e parole.

I pensieri sono atti interiori, invisibili, e in quanto tali si sottraggono a ogni tipo di analisi, di valutazione; all'infuori, si capisce, della valutazione della stessa persona che li pone o per chi è credente di Dio. Quando pertanto papa Francesco, riecheggiando il vangelo "Non giudicate per non essere giudicati" (Mt 7,1), dice "chi sono io per giudicare?", è proprio questo che intende: non si può e non si deve giudicare quello che non si vede, vale a dire pensieri, intenzioni, atteggiamenti degli altri.

A differenza dei pensieri, le parole non sono atti interiori, invisibili: se scritte si vedono, se pronunciate si odono. Le parole si possono dunque valutare; e non soltanto da un punto di vista giuridico o politico, ma anche da un punto di vista etico. Gli antichi dicevano: "verba volant", le parole volano, sono leggere come piume al vento, ed è vero; ma è anche vero il contrario. A volte le parole sono pesanti come pietre e se ci colpiscono possono ferirci, farci molto male.

Ritornando al caso Cancellieri, si deve osservare che le perplessità a suo tempo sollevate non avevano e non hanno rilevanza solo giuridica o politica, ma anche etica. Da un punto di vista giuridico la ministra, come ha appurato la magistratura, non ha commesso alcun reato. Da un punto di vista politico il caso si è ormai risolto, non è più all'ordine del giorno. Il paese tuttavia si è trovato per qualche tempo sull'orlo di una crisi istituzionale molto pericolosa da cui si è usciti solo perché alla fine è intervenuto il primo ministro che ha posto in parlamento la questione di fiducia e il parlamento per evitare guai peggiori gliel'ha accordata.

La domanda che, in riferimento a questo caso e altri simili o anche più gravi, ci poniamo è la seguente: ma è proprio necessario portare ogni volta il paese sull'orlo di una crisi politica e istituzionale tanto grave? Non si dovrebbe prendere più seriamente in considerazione l'obbligo morale e non solo l'opportunità politica di dare spontaneamente le dimissioni quando è in gioco il bene del paese? Come mai da noi questo non avviene, mentre in altri paesi ministri e addirittura capi di stato per molto meno non esitano un istante a farlo?

La risposta è da ricercare nella parola "opportunità", che nella cultura del nostro paese sembra avere sempre un peso politico, non etico. Quando da noi si parla di etica si pensa subito e pressoché esclusivamente al privato, mai al pubblico. Si spiega così l'insostenibile leggerezza di quella parola che viceversa da un punto di vista etico è tutt'altro che leggera. Deriva e rimanda ad un pesante "oportet" ("si deve"), che non ha la leggerezza di un "optional", ma la categoricità di un imperativo, di un'istanza, di un'obbligazione morale, cui nessuno in coscienza può sfuggire: discernere ciò che è meglio per il bene di tutti e trovare in sé la forza in determinate circostanze di rinunciare a far valere punti di vista o interessi legittimi, ma pur sempre individuali o particolari.

 

Giuseppe Trentin
(testo apparso su "La Difesa del Popolo", 1 dicembre 2013, p.5)