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Venerdì, 20 Ottobre 2017

Le domande dell'uomo che cercano risposta

Se per molto tempo il movimento ecumenico ha sostenuto che “la dottrina divide, ma l’azione unisce” e quindi il cristianesimo pratico sembrava essere una via promettente i per l’unità dei cristiani, da non pochi anni si è percepito, con sempre maggiore chiarezza, che i temi etici costituiscono un nuovo fattore di divisione, che può minacciare il cammino ecumenico. Ma la divisione sulle concrete scelte che orientano il futuro dell’umanità, sia in campo sociale (pensiamo ai temi della crisi economica, della finanza più o meno responsabile, della salvaguardia del pianeta) che individuale (soprattutto nel campo dell'etica medica e bio-tecnologica e in quello delle scelte di vita) sono divenuti elemento di confronto, se non di aspro scontro, anche per le società civili (e per l’umanità nel suo complesso) oltre che fra le Chiese. Questo avviene, allo stesso tempo, anche all’interno delle singole Chiese, che sono corpi sociali tutt’altro che omogenei, anche, e forse soprattutto, in campo morale.
La situazione di frammentazione morale della nostra realtà globale rende ancora più desiderabile ed urgente l’elaborazione di un’etica universale; su questa esigenza, anche se con approcci e proposte diverse, convergono pensatori “laici” (si pensi all’etica comunicativa di Jùrgen Habermas) e religiosi (come nel caso del progetto per un’etica mondiale di Hans Kùng).
Anche la Chiesa cattolica si è mossa in questa prospettiva con il documento della Commissione Teologica Internazionale, Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale (2008), così come questa esigenza è viva anche nel dibattito ecumenico fra le Chiese cristiane.
La ricerca di un’etica universale deve muoversi, con saggezza ed equilibrio, tra diverse possibilità (o tentazioni): la proposta di un’etica unica ed uniforme, il relativismo etico, il pluralismo morale. Alcune di queste proposte sono, per motivi diversi, inadeguate, altre richiedono un attento discernimento e il contributo responsabile ed illuminato delle comunità cristiane.

L’idea che sia possibile un’etica universale nella forma di una mappa unica di valori e norme, da condividere indipendentemente dai contesti e dalle situazioni, appare irrimediabilmente tramontata di fronte alla presa d’atto che il mondo è caratterizzato da un’irrimediabile pluralità morale. Anzi, si dovrebbe condividere l’idea che l’attuale progetto di etica universale che sembra volersi affermare a livello planetario, quella della globalizzazione “selvaggia”, sia piuttosto da interpretare come una minaccia, non soltanto economica, ma anche spirituale, per tutta l’umanità, con la sua tendenza alla onnimercificazione (Serge Latouche) di tutti gli aspetti dell’esistenza. Si potrebbe dire che a fianco della bio-diversità va anche salvaguardata la diversità etica, come fonte di infinite risorse per il cammino morale dell’umanità.
Accogliere il dato di fatto della pluralità morale delle società e delle culture significa accedere al tanto temuto relativismo etico? In realtà il relativismo etico rappresenta solo il rovescio della medaglia di un’etica uniforme e globale, non tanto per la sua sottolineatura della “località” dei principi etici, quanto piuttosto per il fatto che esso si presenta sotto la forma di una “tolleranza debole” perle differenze di valore, una tolleranza che cade facilmente nell’indifferenza pensata e praticata.
Se “tutto va bene”, ed ogni individuo (o comunità) si chiude nei propri valori autoreferenziali, l’altro mi diventa indifferente, non rappresenta più uno stimolo (o una provocazione) al mio vissuto etico, un’occasione per riflettere sui valori in cui credo e su come li pratico, ma un mondo “alieno”, con cui posso avere, al massimo, un contatto superficiale e limitato, regolato da principi di tipo contrattualistico ed utilitaristico. L’indifferenza travestita da tolleranza è la vera tentazione del relativismo etico.
Alle prime due possibilità di rispondere all’esigenza di una nuova universalità dell'etica si oppone il pluralismo etico. Pluralismo dice certamente un dato di fatto, ma può anche rappresentare un orizzonte, un modello di etica universale? Perché possa essere cosi dobbiamo scontare l’ambiguità del termine pluralismo. Esistono forme diverse di pluralismo: sincronico e diacronico, complementare o antagonistico, reale o solo presunto. Ciò di cui il cammino etico dell’umanità ha bisogno è un pluralismo reale, ma anche assolutamente complementare, e non puramente concorrenziale (che ridurrebbe l’etica a terreno di scontro, invece che vederla come un bene comune) né indifferente (che ritornerebbe al relativismo etico).
Affermare un pluralismo complementare “significa che la pienezza della parola di Dio e la varietà dei gruppi ai quali è destinata richiedono una pluralità di stili di pensiero e di forme di riflessione. Papa Benedetto XVI ha osservato che, per giungere a Dio, esistono tante strade quanti sono gli esseri umani; e ciò rende legittimo un pluralismo teologico nella sfera dell’etica cristiana. Allo stesso tempo, tuttavia, possiamo vedere il punto in cui una legittima pluralità di approcci intellettuali si distingue da un pluralismo arbitrario, e riusciamo a percepire il limite in cui si potrebbe soccombere a un’indifferente giustapposizione e a un antagonismo delle varie prospettive Un’autentica pluralità di angolazioni e prospettive emerge soltanto dove esistano vedute diverse su un unico problema [...] soltanto quando studiano un argomento comune e le prospettive plurali collaborano nel tentativo di analizzarlo. E tutte queste prospettive si devono sottoporre al giudizio del criterio comune: potranno spiegare in modo plausibile al proprio tempo e alla propria cultura cosa significa amare Dio e il prossimo?” (E. Schockenhoff).
In questo modo entriamo nella questione del contributo che i cristiani possono dare alla ricerca di un’etica condivisa, un contributo che nasce da una fondamentale considerazione: l’ecumene cristiana è stata (ed è ancora) certamente un luogo di divisioni, spesso feroci, ma essa ha cominciato a comprendere la possibilità e necessità di un superamento di queste divisioni solo quando ha preso coscientemente atto del fatto che, pur nella divisione, le Chiese cercavano di mantenersi fedeli all’unico Cristo, come ci ricorda il concilio Vaticano II: “Tutti invero asseriscono di essere discepoli del Signore, ma hanno opinioni diverse e camminano per vie diverse, come se Cristo stesso fosse diviso” (UR 1).
L’unità de1l’ispirazione e dell’origine si è declinata in percorsi diversi: in che misura essi sono anche contraddittori e incompatibili? Il cammino ecumenico è proprio la ricerca di quanta diversità può sopportare la comunione, per non diventare apparente, e di quanta unità ha bisogno il pluralismo, per non diventare arbitrario: non è forse questo anche un modello per la ricerca di un’etica universale?

Le risorse perché questo avvenga, e l’etica cristiana possa effettivamente meritare l’aggettivo di ecumenica, quindi universale, ci sono. Occorre rispettare l’universalità dell’etica, che coincide con la sua laicità (Armido Rizzi): non fare dell’etica uno strumento di riconoscimento identitario, una bandiera propria ed esclusiva, perché questo tradisce lo statuto stesso dell’etica che è di tutti, un bene condiviso dall’umanità a cui tutti sono chiamati ad offrire il proprio contributo per il progresso morale del mondo.
Occorre ben applicare l’etica, cioè non fermare la discussione solo a livello dei fondamenti e delle procedure, ma interrogarsi concretamente insieme sui singoli casi, in situazione. Applicare bene può far scoprire come si può essere più vicini di quanto si creda, quando ci si confronta con il concreto volto dell’altro in situazione.
Bisogna prendere sul serio l’altro nelle sue istanze morali, nelle sue decisioni, nelle sue procedure, nelle sue preoccupazioni, evitando le caricature contrapposte che ancora oggi abitano la discussione morale. Non bisogna dimenticare che il dialogo è già etica, non è semplicemente una cornice o uno strumento neutrale; dialogare sull’etica significa già intuire l’interdipendenza costitutiva dell’umanità. È necessario accogliere serenamente la secondarietà dell’etica (Pompeo Piva): il fatto che l’etica nasca come atto secondo, rispetto agli interrogativi che la realtà pone e non come dottrina che si genera quasi per propria virtù autonoma. L’etica si dà quindi al modo della risposta alle domande umane.
Queste sono le condizioni perché il dialogo sui temi etici, la ricerca di un’etica universale, abbia possibilità di successo. Possiamo dire della ricerca di un’etica condivisa quello che fra Tecle Vetrali propone come atteggiamento fondamentale della spiritualità ecumenica: “Parte da un’esperienza di povertà, di fronte a Dio e di fronte alle altre tradizioni; da ciò, l’esigenza di ascolto e la disponibilità a ricevere la gioia per lo scambio incrociato fra povertà e ricchezze, per la scoperta di Dio in altre religioni e confessioni; ne scaturisce una convinta vita di dialogo e di continuo confronto con la parola di Dio”.
Il garante di tutto questo processo è l’unico Spirito di Dio che agisce in ogni uomo.    

Placido Sgroi
Vicepresidente Istituto di Studi Ecumenici “San Bernardino”, Venezia
in: MC, n. 3 (2013)