Skip to Content
Venerdì, 20 Ottobre 2017

I test suoi topi non ci proteggono!

Per verificare la tossicità delle sostanze, sempre più spesso i ricercatori puntano sulla tossicogenomica, che consente di evitare i test sugli animali e promette di essere più efficace

Erano i “topi giusti”? Il controverso studio di Gilles-Eric Séralini dell’università di Caen, sulla tossicità del mais geneticamente modificato NK603 e dell’erbicida Roundup, ha fatto discutere soprattutto per il tipo di roditori usati nell’esperimento. Il ratto di Sprague-Dawley è davvero adatto agli esperimenti di nutrizione della durata di due anni, anche se dopo una certa età l’animale ha la tendenza a sviluppare spontaneamente dei tumori alle mammelle? È vero, i produttori industriali hanno usato la stessa varietà di topi per i loro test, ma gli esperimenti duravano solo 90 giorni.
Il “caso Séralini” mette in evidenza i limiti
della sperimentazione animale per valutare i rischi tossici. In alternativa a questi metodi, sempre più ricercatori puntano sulla tossicogenomica. Questa disciplina, nata dai recenti progressi compiuti in genetica e in bioinformatica, permette di valutare in vitro su cellule umane i danni provocati dalle sostanze esaminate. L’obiettivo è di fare a meno degli animali in laboratorio. E di avere la sicurezza della validità dei risultati sugli esseri umani. “Non c’è alcun modello animale valido per un’altra specie”, sintetizza il biochimico Claude Reiss, ex direttore di ricerca presso il Centro nazionale di ricerca scientifica francese e presidente dell’associazione Antidote-Europe.
“Non siamo topi di settanta chili!”. Per spiegarlo
il tossicologo Thomas Hartung, della Johns Hopkins university di Baltimora, dove dirige il centro di ricerca per le alternative ai test animali (Caat), fa l’esempio dell’aspirina: “Con i protocolli attuali, sviluppati tra gli anni venti e sessanta, l’aspirina non avrebbe mai potuto essere commercializzata. Questa molecola infatti provoca malformazioni negli embrioni dei ratti, dei topi, dei conigli, dei criceti e delle cavie. Se un ratto viene esposto alle dosi di aspirina normalmente usate per gli esseri umani ha il 50 per cento di possibilità di morire”. Al contrario il talidomide, prescritto come antiemetico alle donne incinte negli anni cinquanta, era stato testato sui ratti senza mettere in evidenza effetti teratogeni, responsabili di malformazioni dell’embrione.
Il suo uso sugli esseri umani ha causato
malformazioni gravi in circa 15mila neonati.

Percorsi biochimici
La tossicogenomica può fare di meglio? “Se
si prendono delle cellule umane - neuronali, epatiche o di altri tessuti - e le si mette a contatto, in vitro, con diverse concentrazioni della sostanza da studiare”, spiega Reiss, “le cellule reagiranno contro i danni provocati attivando determinati geni”. Ogni tipo di aggressione ha quindi una propria firma genetica che è possibile identificare.
Tuttavia la tossicogenomica è ancora
agli inizi e a volte i risultati ottenuti sono interpretati in modo diverso; alcuni dubitano perino che questa disciplina possa un giorno sostituire completamente i test in vivo.
Inoltre le caratteristiche delle aggressioni
alle cellule sono ben lontane dall’essere tutte documentate. Proprio per questo in un rapporto del 2007 l’accademia delle scienze statunitense aveva chiesto che venissero fatte delle ricerche per mappare nel modo più rapido e completo possibile il “toxoma” umano, cioè tutti i possibili percorsi biochimici della tossicità. Questa ambizione è l’oggetto di diversi progetti di ricerca. Il primo studio, Tox21, sviluppato dall’Epa, l’ente statunitense per la protezione ambientale, è già parzialmente operativo.
A sua volta presso il Caat, Hartung ha
lanciato lo Human toxome project, che ha ottenuto i primi finanziamenti nel 2011 e che ambisce a diventare il coordinatore a livello internazionale della ricerca sull’argomento. “È un progetto altrettanto ambizioso del progetto genoma umano e potrebbe essere realizzato entro i prossimi dieci o quindici anni”, dice Hartung. “Ma si deve aspettare che il progetto sia concluso per cominciare a usare la tossicogenomica”.
In ogni modo l’interesse per questo
campo della ricerca è sempre più forte. Di recente è stato creato un consorzio di imprese - lo Human toxicology project consortium - che riunisce alcuni giganti del settore come Dupont, Dow, L’Oréal, Exxon-Mobil, Johnson & Johnson e altri. L’interesse dipende dal costo elevato e dal tempo che i test tossicologici comportano. E da questo punto di vista la tossicogenomica permetterebbe di ottenere risultati migliori “cento volte più rapidi e cento volte meno costosi”, assicura Reiss.

Di Stéphane Foucart
Articolo pubblicato su "Le Monde", Francia

Tratto da Internazionale n. 973, 2 novembre 2012