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Venerdì, 18 Agosto 2017

Amare è la legge morale universale

«Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rom 12, 21). A partire da questa esortazione originaria, fontale, Paolo esorta i cristiani a benedire e non maledire: «Benedite quelli che vi perseguitano»; a stimarsi a vicenda e non denigrarsi: «Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri»; ad avere considerazione di sé, ma anche degli altri: «Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi»; a non fare del male, vendicarsi: «Non rendete a nessuno male per male». E soprattutto a vivere in pace: «Vivete in pace con tutti». A questo punto Paolo cambia tono, si rivolge ai cristiani in forma diretta, quasi personale, dicendo a ciascuno: «Vinci col bene il male». Solitamente noi ci esprimiamo un po’ diversamente e diciamo: vinci il male con il bene. L’espressione non cambia sostanzialmente di significato, fa solo venire in primo piano il bene. Come a dire: se vuoi vincere il male, preoccupati di fare il bene, il resto vien da sé come un frutto dall’albero.
È questa la “grammatica della legge morale universale”? Sì. Se per grammatica infatti si intende lo studio della struttura di una lingua, chi voglia studiare e parlare correttamente la “lingua morale” deve imparare a distinguere due tipi di problemi e conseguentemente di discorso.
Quando affrontiamo un problema pratico la prima domanda che ci poniamo è: cosa fare? È una domanda di tipo non morale. Si pensi a un giovane che deve scegliere la professione. Prima di scegliere riflette, cerca i motivi che lo inducono a fare una scelta professionale piuttosto che un’altra. Magari ha desiderato fin da bambino diventare medico, ingegnere, architetto, o altro. Quando però va all’università e deve scegliere la facoltà cui iscriversi non ritiene più sufficiente assecondare il desiderio accarezzato per tanti anni, va alla ricerca di una risposta più consapevole e ragionata. Chi sceglie di fare il medico può rispondere che si orienta verso questa professione perché ritiene di dover alleviare, per quanto è possibile, la sofferenza umana. Chi sceglie di fare l’ingegnere o l’architetto ritiene di dover costruire case sempre più funzionali. Tutti comunque ritengono che per scegliere una professione bisogna avere anche le qualità necessarie per apprenderla ed esercitarla con competenza e soddisfazione. Com’è facile intuire, a questo primo ordine di domande si risponde identificando il fine che la scelta professionale implica e i mezzi che servono per raggiungere quel fine.
La seconda domanda è di tipo diverso, morale. Mentre quella del medico, dell’ingegnere, dell’architetto, non è una scelta obbligatoria per tutti, quella morale (perché fare il bene?) si pone come scelta che tutti devono operare, in quanto tutti sono chiamati a vivere moralmente, ad assumere una prospettiva morale. Mentre scegliendo di fare il medico, l’ingegnere, l’architetto, si esclude la possibilità di fare tante altre scelte, non però quella di fare il bene, scegliendo di fare il bene si esclude solo l’alternativa opposta: fare il male. Infine mentre scegliendo una professione uno ritiene che non si debba imporre a tutti di fare il medico, l’ingegnere o l’architetto, chi sceglie di fare il bene, è convinto che tutti in qualche modo debbano collocarsi all’interno di un punto di vista morale che si impone come universalmente normativo e tutti abbiano la capacità necessaria per poterlo non solo riconoscere, ma anche realizzare. In altri termini se la domanda di tipo non morale, perché scegliere di fare il medico, l’ingegnere, l’architetto? è una domanda che solo alcuni si pongono e non altri, e soprattutto è una domanda cui si possono dare risposte diverse, la domanda di tipo morale, perché fare il bene? è una domanda che si colloca in un orizzonte diverso, trascendente, che va oltre le domande di tipo professionale. Ciò significa che nessuna risposta a una domanda di tipo non morale riempie di significato l’orizzonte dell’esistenza umana. Anche la risposta più esaustiva lascia sempre aperto il problema della domanda di tipo morale come domanda di un orizzonte che sta oltre e resta ancora tutto da esplorare.
Alla luce dell’esortazione di Paolo il cristiano parte dal presupposto che Gesù abbia esplorato questo orizzonte e abbia individuato nella libertà di amare il significato di un comandamento e conseguentemente di uno stile di vita che riempie di senso l’esistenza umana.

Giuseppe Trentin