Skip to Content
Sabato, 20 Gennaio 2018

Far crescere in noi la moralità per una nuova etica civile

 

In occasione delle recenti discussioni sulla manovra che dovrebbe portare il nostro Paese al pareggio di bilancio entro il 2013 si è parlato, come sempre in questi casi, di tutto e del contrario di tutto. A quanto mi risulta, però, nessuno si è posto una piccola, semplicissima, domanda: evadere le tasse (e al tempo stesso usufruire di servizi pagati da altri) è solo reato o anche colpa?

Che questa semplicissima domanda non sia stata posta da nessuno e di conseguenza a nessuno dei tanti cronisti che intervistano quotidianamente i cittadini sia venuto in mente di chiedere preliminarmente: "Ma lei è consapevole di commettere una colpa?", È già di per sé un fatto interessantissimo. La dice lunga sul nostro rapporto con la cosa pubblica, lo stato, e le nostre idee in materia di moralità e legalità.

Non si tratta naturalmente di una cosa nuova. E' praticamente da sempre che evadere le tasse, se è rimasto formalmente un reato per il codice, è sostanzialmente cessato di esserlo per la pubblica opinione e per quanti in un modo o nell'altro in questo Paese fanno opinione. Una conseguenza è stata che tali reati hanno cessato, salvo eccezioni, di essere perseguiti dalla magistratura. E si capisce perché: aprire un procedimento giudiziario significa esporsi alla ritorsione di violente campagne giornalistiche e non solo. Ne sa qualcosa quel giudice che avendo deciso di fare semplicemente il proprio dovere, ossia di indagare, di stabilire se determinati comportamenti comportano o no violazione della legalità, si è visto pedinare e fotografare da persone che evidentemente giudicavano intollerabile il fatto che si permettesse di applicare la legge.

Un'altra conseguenza è che poco a poco i cittadini hanno finito per non ritenersi, moralmente parlando, responsabili di comportamenti che violano la legge fiscale. Anzi, come è accaduto molte volte, non pochi politici, e perfino il premier, li anno in qualche modo giustificati, se non incoraggiati. Sicuri di non rischiare, non dico una sospensione dal loro incarico, ma nemmeno di suscitare scandalo, riprovazione o proteste.

La domanda è: come può accadere che certi reati cessino, nella coscienza collettiva, di apparire tali? O di non venire percepiti come una colpa?

Le analisi possibili sono due.

La prima è che in questo Paese da anni è diventata dominante nella pubblica opinione quella che potremmo definire una concezione "populista" della legalità, per cui è giusto e doveroso usare due pesi e due misure a seconda del tipo di reato di cui si ha notizia. Se, ad esempio, un reato è commesso da chi governa, cessa istantaneamente di essere considerato tale e viene immediatamente derubricato in nome del "consenso" ottenuto dal popolo. Se invece il reato è commesso da chi sta all'opposizione le cose non cambiano molto, per cui si assiste a un curioso paradosso: si passa da un servizio su esportazione di capitali o evasione fiscale (tipici reati di "destra") in cui si invoca il ripristino della legalità, a servizi su blocchi stradali oppure occupazioni di scuole (tipici reati di "sinistra") in cui il valore della legalità scompare dall'orizzonte e ciò che conta è sostenere la "lotta" del popolo.

Alla radice dei problemi - ed è questa la seconda analisi possibile - si intravede una specie di schizofrenia, di separazione, tra moralità e legalità: considerate, la prima, una mera questione privata; la seconda, una tipica questione pubblica. Come se la moralità coprisse la sfera privata e la legalità quella pubblica; e non esistessero quindi doveri morali nella sfera pubblica, ma solo libertà di incursione, di appropriazione, di saccheggio. Logico che a questo punto l'osservanza della legge diventi un optional e il cittadino punti i suoi occhi, fino a diventare strabico, da una parte sul reato, da evitare naturalmente, dall'altra su ottime e nobilissime ragioni per violarla. A dimostrazione del fatto che da noi non esiste un'etica pubblica degna di questo nome. O, se esiste, viene percepita come legata solo alla fede; in nome della quale, ovviamente, la chiesa rivendica il diritto a vigilare su questioni moralmente sensibili e lo stato a sua volta rivendica il diritto a vigilare su questioni legalmente sensibili.

Un augurio che dobbiamo farci dunque è che la moralità torni a pervadere la coscienza di tutti. E i cattolici non rivendichino, in nome della fede, un'etica diversa, separata, più nobile, ma elaborino insieme ai laici un'etica pubblica civile. E siano - questa volta sì in nome della fede - testimoni di autentica moralità non solo nella sfera privata, ma anche in quella pubblica.

 

Giuseppe Trentin