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Mercoledì, 18 Luglio 2018

Un'innovativa "rivoluzione" di democrazia partecipativa

L’impegno profuso dai cristiani interroga su una nuova partecipazione ecclesiale

Dopo la schiacciante vittoria dei sì nei quattro referendum sui cosiddetti “beni comuni” (acqua, servizi, energia, politica) la chiesa è venuta a trovarsi in una situazione nuova da un punto di vista culturale, prima che sociale e politico. Non solo perché il mondo cattolico si è ancora una volta mobilitato e ha contribuito non poco al successo della consultazione referendaria, ma anche perché sembra cambiato il vento della partecipazione, sia civile che ecclesiale. Il che presuppone un ripensamento e un cambiamento nel rapporto tra individuo e comunità.
Da solo l’individuo non esiste, non può esistere. Nasce e si sviluppa sempre all’interno di una comunità, di un universo simbolicamente costituito, intessuto di valori e norme, che lo predispongono ad assumere determinati atteggiamenti e comportamenti. La sua identità si viene così formando attraverso un processo di identificazioni successive, dalle più elementari e forse decisive, come quelle familiari, alle più articolate e complesse che rimandano a forme di comunità che si costituiscono nel mondo della scuola, del lavoro, dello sport, dello spettacolo, della politica, in una parola della vita e delle relazioni sociali.        
Non c’è chi non veda sotto questo profilo la rilevanza che hanno tali comunità nella formazione dell’individuo, della sua identità. Altro infatti è appartenere a una comunità chiusa, in cui valori e norme si identificano, non cambiano, altro è vivere all’interno di una comunità aperta, in cui valori e norme si diversificano, seguono il flusso della vita. Nel primo caso l’individuo viene educato a percepirsi parte di un organismo, di una comunità organica, che si avvale del suo contributo per riprodursi. Nell’altro viene educato a percepirsi come soggetto, persona, che non contribuisce solo alla riproduzione della comunità, ma anche alla sua trasformazione. Per cui la comunità si apre, prende forme nuove, provvisorie, incompiute. Ed è proprio questo senso di novità, provvisorietà, incompiutezza, che distingue una comunità chiusa, autoritaria, totalitaria, da una comunità aperta, libera, democratica.
Emergono a questo punto due problemi. Il primo interpella la società e investe la partecipazione civile che impegna a conoscere e realizzare la costituzione. Che non è un feticcio, un assoluto. È un insieme di imperativi morali e giuridici che regolano la vita dei cittadini e delle istituzioni. Va dunque rispettata, non assolutizzata. Il problema è come interpretarla. Pensiamo, solo per fare due esempi, alle interpretazioni che ne sono state date negli ultimi cinquanta-sessant’anni in riferimento all’ambito dei costumi (statuto della donna, diritto di famiglia, divorzio, aborto, omosessualità, ecc.) o della politica (voto alle donne, maggiore età, diritto di cittadinanza). Non è difficile constatare quanto sia cambiata, ma anche quale ruolo abbia svolto la partecipazione civile nel determinare questi cambiamenti.
Il secondo problema interpella la chiesa e riguarda la partecipazione ecclesiale. Anche questa sempre da costruire, in particolare a partire dalla costituzione dogmatica della chiesa lumen gentium che il concilio Vaticano II ci ha consegnato. Costituzione che non fonda la partecipazione tanto o soltanto sull’appartenenza o sull’erogazione di servizi, ma sulla dignità delle persone, dei battezzati, dei figli di Dio. Parole che siamo fin troppo abituati a ripetere, salvo poi a dimenticarcene nella prassi e nell’organizzazione della comunità. Sarà bene pertanto ricordare che i processi di identificazione di cui abbiamo parlato valgono anche per la chiesa, chiamata a essere una comunità aperta, non chiusa. Aperta anzitutto al soffio dello Spirito santo che la rinnova e la trasforma in continuazione rendendo attuale e quasi percepibile nella storia il grande mistero dell’incarnazione. Per cui Dio si fa uomo, non cristiano. Ma aperta anche alla partecipazione dei fedeli cristiani laici chiamati a essere più consapevoli del loro battesimo e conseguentemente del diritto-dovere a cui compete portare un contributo attivo non solo all’ascolto della parola di Dio o alla celebrazione dei sacramenti, ma anche al governo della chiesa e ai problemi che pone al popolo di Dio.
Un solo problema, anzi due: che pensare delle attuali procedure giuridiche per la nomina dei vescovi? E come affrontare il problema pastorale dei conviventi e divorziati risposati in riferimento al quale i pastori rispondono solitamente: non chiedeteci ciò che non possiamo darvi. È una risposta adeguata, sufficiente?
A me non sembra. Sarebbe comunque interessante aprire un dibattito e sapere cosa ne pensano in proposito anche i fedeli cristiani laici.

Giuseppe Trentin