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Sabato, 22 Settembre 2018

Il bene comune contro la facile retorica e il razzismo

In un suo romanzo Ignazio Silone parla degli abitanti di un piccolo paese che in una situazione drammatica si pongono la domanda: cosa dobbiamo fare? Proprio la stessa che ci poniamo anche noi, credenti o no, di fronte alla nuova emergenza di immigrati che fuggono a frotte dai paesi di origine in cerca di asilo politico e di lavoro.
E’ certo un dovere morale, e per i credenti anche un dovere religioso, accogliere chi fugge dalla guerra o ha bisogno del nostro aiuto. Non altrettanto chiaro è, però, quale debba essere il numero di immigrati da accogliere o rimandare ai loro paesi e soprattutto come dobbiamo accoglierli, assisterli, sistemarli. Un po’ per la complessità dell’emergenza, molto per il conflitto di valori e di norme che ci pongono di fronte a scelte inedite e difficili. Tanto più che nella soluzione del conflitto viene interessata una lettura della realtà che complica ulteriormente le cose.
Sappiamo tutti infatti che la vita e il lavoro sono valori, e che per vivere dignitosamente e onestamente bisogna lavorare, ma sappiamo anche che il mercato del lavoro offre attualmente ben poche possibilità. Ecco allora il problema: che fare?
La teoria etica normativa ci offre alcuni criteri per individuare una possibile risposta. Il primo è la famosa regola aurea: “Fai agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te”. Il secondo è dato dalle possibilità materiali: “Il dovere – si dice – presuppone il potere”. Il terzo rimanda all’analisi delle conseguenze delle azioni che servono per la realizzazione del maggior numero di valori. Il quarto e ultimo criterio rimanda al bene comune: si deve tendere verso ciò che si traduce in bene per tutti gli uomini o il maggior numero possibile di persone.
Sulla base di questi criteri la norma morale può essere individuata nella sua obiettività, universalità, assolutezza. E una volta individuata vi è il dovere per tutti di osservarla.
Il fatto è che, in riferimento all’emergenza immigrazione, il processo di individuazione di tale norma si è inceppato a causa di molteplici fattori che impediscono di affrontare e risolvere il problema in modo adeguato ed equo. Il primo e forse principale fattore chiama in causa l’Europa, la difficoltà da parte degli stati europei – ma in parte anche delle regioni italiane – di valutare in modo imparziale le decisioni da prendere. Ogni stato o regione procede in modo sparso e pensando esclusivamente ai propri interessi. Il secondo fattore riguarda più specificamente l’Italia e la scarsità di risorse di cui il nostro paese dispone. E’ anche vero però che le poche risorse che abbiamo le usiamo male, improvvisando, passando di emergenza in emergenza senza una seria programmazione. Il terzo fattore chiama in causa l’assoluta carenza di rigorosità argomentativa degli italiani, sempre inclini al pettegolezzo, al litigio, alla polemica, incapaci di stare in silenzio, ascoltare, apprezzare le ragioni degli altri. Per confermarsi è sufficiente leggere i giornali, assistere a qualche dibattito parlamentare o televisivo e, perché no?, anche rifarsi alle conversazioni quotidiane.
Quando mai un interlocutore rimane in silenzio, ascolta, apprezza opinioni e argomentazioni di altri? Nel migliore dei casi ci si parla un po’ addosso o si impedisce agli altri di esprimere il proprio ragionamento.
Un quarto e ultimo fattore è purtroppo comune a tutto l’Occidente e chiama in causa l’individualismo tipico di una società liberale, attenta al reddito e al benessere individuale, ma poco sensibile ai valori della solidarietà, della giustizia, della fraternità.
Ritornando ora all’emergenza immigrazione che siamo chiamati ad affrontare, due a me sembrano le piste da percorrere. La prima è quella della cultura, della formazione delle coscienze, delle persone, dei cittadini – ovviamente anche degli immigrati – chiamati come siamo tutti ad assumere nei confronti degli altri atteggiamenti moralmente buoni e rispettosi indipendentemente dal loro stato sociale, economico, politico e religioso.
La seconda è la pista dell’analisi, dell’argomentazione, del ragionamento, che impegna ancora una volta tutti a tradurre atteggiamenti moralmente buoni e rispettosi in una serie di comportamenti, anche linguistici, verbali, moralmente giusti e retti. E’ fin troppo ovvio che l’Italia non può accogliere tutti gli immigrati che sbarcano sulle sue coste o valicano i suoi confini. E pertanto va bandita con chiarezza e decisione ogni forma o infiltrazione di razzismo, va anche sorvegliata e moderata la facile retorica dei valori, dell’accoglienza, della solidarietà, che impedisce regolarmente al paese di dotarsi di analisi e programmazioni in grado di avviare a soluzione problemi ed emergenze che si trova ad affrontare.

Giuseppe Trentin