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Lunedì, 23 Aprile 2018

Prescrizione breve

Sulla cosiddetta prescrizione breve per gli incensurati votata alla Camera vale la pena di riflettere ancora un po’ oltre che da un punto di vista giuridico e politico, anche da un punto di vista etico. Si tratta infatti di un provvedimento legislativo che interpella la coscienza di tutti e ovviamente in prima istanza quella dei parlamentari chiamati a ratificarlo in Senato.
Al riguardo due brevi premesse: una, la principale, per ricordare che qualsiasi processo legislativo all’interno di un sistema politico eticamente sostenibile si risolve a due livelli, di fatto e di principio. La seconda, per chiarire che un parlamentare cattolico si comporta “da cattolico” in quanto assume in parlamento non una posizione puramente politica, ma etico politica. Ne consegue che a livello politico un processo legislativo si risolve nel momento in cui si raggiunge la quota maggioritaria del 50 per cento più uno. A livello etico politico si risolve invece solo se e quando si applica la regola dell’imparzialità. Sul piano storico ovviamente non vi sono alternative a un sistema di democrazia se non quelle del confronto reciproco fra le diverse posizioni alla ricerca obiettiva della migliore soluzione, del riesame critico di tutte le posizioni e argomentazioni a favore o contro un determinato provvedimento legislativo. Ma siccome è difficile pervenire a una soluzione che raccolga il consenso di tutti, per l’approvazione di una legge è necessario e sufficiente a livello politico che vi sia il consenso della maggioranza. Questo però non basta, né può bastare, a livello etico politico; anche perché si può dare il caso che vengano proposte come soluzioni etiche o eticamente accettabili le più diversificate e contraddittorie posizioni e argomentazioni in merito. Il che sposta l’attenzione dal piano della pura fattuabilità a quello dei principi che portano a valutarle dal punto di vista dell’imparzialità e delle conseguenze che ne derivano per il bene di tutti.
In riferimento alla prescrizione breve la domanda pertanto è: siamo di fronte a un provvedimento imparziale, che mira effettivamente al bene di tutti? O non piuttosto a un provvedimento parziale, che magari dietro al paravento del bene di tutti difende gli interessi particolari di qualcuno? Che nella fattispecie in questione altri non è che un premier intenzionato a difendersi caparbiamente, a ogni costo, “dai” processi e non, come prescrive la legge, “nei” processi, di fronte a un giudice terzo, al di sopra delle parti, che non rappresenta l’accusa né la difesa, ma valuta sempre e solo in base alla sussistenza dei fatti e alla loro conformità o meno alla legge.
Non essendo personalmente un esperto di cose politiche, mi attengo, per quanto concerne l’analisi dei fatti, a ciò che scrive il giornale dei vescovi italiani Avvenire (14 aprile 2011), che per i parlamentari cattolici è, o quanto meno dovrebbe essere, un punto di riferimento. Ebbene, dopo aver analizzato le versioni sia della maggioranza che dell’opposizione sulla “questione giudiziaria”, l’autorevole editorialista così prosegue: “Con questa definizione non vanno intese, però, l’urgenza dell’attuale presidente del consiglio di risolvere i suoi guai con taluni magistrati di Milano e la costanza (non priva di forzature procedurali, né, talvolta, perfino di venature d’astio) con la quale questi ultimi lo incalzano ormai da quasi vent’anni, bensì proprio la lentezza dei processi civili e penali”. E dopo ulteriori considerazioni ecco la sua conclusione, alquanto amara: “Sarebbe meglio chiedersi a che cosa non servirà questa legge per convenzione e sintesi giornalistica definita “sul processo breve”. E la risposta è che, purtroppo, non servirà ad abbreviare i tempi dei processi. Come tutti i testi analoghi da cui è stata preceduta (approvati come la legge Pinto del 2001 o la ex Cirielli del 2005, oppure rimasti allo stadio di proposta, come quella del 2006 firmata dall’attuale capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, allora nell’Ulivo e ancor prima, nel 2004, da cinque suoi compagni di partito nei Ds, tra i quali l’attuale consigliere laico del Csm Guido Calvi) potrà soltanto prendere atto, di volta in volta, di un fallimento: quello di uno Stato che non riesce a garantire una sentenza definitiva in tempi ragionevoli. Ma questa è la radiografia del male, non la cura”.
Quale dunque la cura? Se vi è una logica, la cura non potrà essere certamente il provvedimento votato alla Camera che serve ancora una volta a sottrarre il premier ai processi che lo attendono. E’ vero che da molti anni è nel mirino dei magistrati; ma quale occasione migliore per mostrare la propria innocenza che andare in tribunale e, dal buon cittadino che si ritiene innocente, lottare come fanno tutti, per avere giustizia?

Giuseppe Trentin