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Mercoledì, 18 Luglio 2018

Il nucleare solleva riflessioni etiche e responsabilità verso il futuro

Siamo oggi invitati a riflettere sul nucleare e in prospettiva anche sul referendum di giugno 2011 che ci chiama a rispondere sì o no al quesito sul progetto dell’attuale governo di investire su nuove centrali nucleari, riaprendo in tal modo una partita che dopo il referendum del 1987 sembrava definitivamente chiusa.
Quali le ragioni di questo cambiamento? Principalmente due.
Una ragione di ordine ecologico, ambientale: è risaputo che l’attuale energia da fonti fossili (carbone, petrolio, gas naturale) comporta una serie di rischi da valutare molto seriamente. E non solo per la paura di un eventuale esaurimento di tali fonti, ma anche e soprattutto a causa di quel famoso effetto serra che determina il surriscaldamento del pianeta.
La seconda ragione è più di ordine economico politico ed è legata ai costi dell’attuale approvvigionamento energetico e all’inevitabile dipendenza del nostro paese da situazioni di pesante oligopolio.
A partire da queste ragioni, anche a causa della pesante crisi che sta attraversando l’Italia, si spiega il cambiamento di atteggiamento dell’opinione pubblica che negli ultimi tempi si è spostato su posizioni di sempre più forte consenso al nucleare. Se nel 1987 tale consenso si aggirava intorno al 22 per cento, oggi è salito al 42 per cento. Certo, gli eventi della centrale nucleare di Fukushima in Giappone lo avranno, nel frattempo, fatto calare. Ma non bisogna fare molto affidamento sulle spinte emotive che sono un po’ come le nuvole: si addensano, ma poi subito si diradano e passano.
Meglio attenersi ai dati oggettivi e chiedersi se le ragioni addotte siano sufficienti a fondare un giudizio morale positivo sul cambiamento di politica energetica deciso dal nostro governo. Al riguardo è opportuno ricordare che le iniziative dell’uomo sono sempre bivalenti e sollevano inevitabilmente interrogativi morali di tipo specificamente etico normativo sull’uso dei beni offerti dalla natura o inventati dall’uomo. In sé tali beni – e fra questi anche l’energia nucleare – sono moralmente neutri: possono cioè essere usati bene, ma anche male.
Il problema è individuare, ma soprattutto condividere alcuni criteri di valutazione. Da un punto di vista morale sono fondamentalmente due: l’imparzialità dell’atteggiamento e le conseguenze di un determinato comportamento.
L’imparzialità dell’atteggiamento rimanda a quella famosa “regola d’oro” che troviamo presso tutti i popoli e proibisce di usare due pesi e due misure, una per sé e una per gli altri.
Le conseguenze del comportamento rimanda ad una attenta analisi dei costi e dei benefici prevedibili per sé e per gli altri, a breve e a lungo termine.
Si tratta, come si può intuire, di due criteri facili da enunciare, ma difficili da applicare, soprattutto il secondo. D’altra parte non ne abbiamo altri se vogliano sviluppare un’etica della responsabilità.
In riferimento al nucleare la domanda quindi è duplice. Ci stiamo muovendo nell’ambito dell’imparzialità, di una valutazione oggettiva di ciò che è bene o male per l’uomo in senso globale, mondiale? O non piuttosto nell’ambito di una valutazione parziale, a partire da interessi regionali, nazionali? La seconda domanda è, se possibile, ancora più impegnativa e rimanda al soppesamento delle conseguenze. Oltre alle conseguenze positive, a una bolletta energetica meno pesante, alla prevedibile riduzione del fenomeno serra, a una minore dipendenza da paesi stranieri, ecc., siamo in grado di analizzare adeguatamente anche il problema della sicurezza e dello smaltimento delle scorie radioattive? A me non sembra. Anzitutto perché il problema sicurezza potrebbe venire seriamente affrontato solo se fossimo in grado di dotarci di reattori di “quarta generazione”, i quali garantirebbero anche la non proliferazione militare, altro pericolo presente negli attuali sistemi e non sempre preso in considerazione. Ma si tratta di reattori la cui commercializzazione, a parere dei tecnici, non potrà avvenire prima di vent’anni. Quanto all’allocazione delle scorie radioattive, che rimangono per milioni di anni, nessuna delle soluzioni proposte (bidoni stagni a cielo aperto, depositi geologici profondi) risulta soddisfacente.
E’ evidente, dunque, che stiamo facendo il passo più lungo della gamba e caricando sulle spalle delle generazioni future pesi che, come direbbe Gesù, personalmente non ci sogniamo di toccare nemmeno con un dito, tanto sono pesanti e pericolosi. E’ giusto, è corretto tutto questo? A me non sembra. Non so cosa ne pensiate voi.

 

Giuseppe Trentin