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Sabato, 22 Settembre 2018

Giusto o sbagliato

È ammissibile uccidere una persona per salvarne cinque? Tra emozioni e ragione, gli scienziati indagano le basi neurologiche della morale

Carl Zimmer, Discover, Stati Uniti

(Discover è un mensile scientifico statunitense, edito dal Walt Disney Magazine Publishing Group. Il presente articolo è uscito nel numero di aprile 2004, con il titolo Whose life would you save?)

Una cena con un filosofo non è mai solo una cena, neanche se si è in un anonimo ristorante indiano di Princeton in compagnia di un ricercatore di trent’anni che ha finito da poco il dottorato. Joshua Greene è uno che passa le sue giornate a riflettere su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ha una passione per i paradossi e li colleziona, come alcuni collezionano le sfere di vetro con la neve.

“Immagina di passeggiare in riva a un laghetto”, dice Greene davanti a un piatto di pollo tikka masala. “A un certo punto vedi un bambino che rischia di annegare. Se pensi: ‘Ho appena speso 200 dollari per queste scarpe e l’acqua potrebbe rovinarle, quindi non salverò quel bambino’, sei una persona spregevole. Ma nel mondo ci sono milioni di bambini nella stessa situazione: basterebbero pochi soldi, spesi in medicine o cibo, per salvargli la vita. Eppure se andiamo al ristorante invece di donare i soldi a Oxfam non ci sentiamo dei mostri. Perché?”.

I filosofi amano pensare a rompicapo del genere mentre cenano. Di insolito c’è solo il modo in cui Greene procede per risolvere l’enigma. Esce dal ristorante e percorre Nassau Street fino al dipartimento di psicologia dell’università di Princeton. Lì incontra il dottorando Nishant Patel, che fa da volontario (Patel non è il suo vero nome: i volontari di Greene partecipano alla ricerca in forma anonima). I due scendono le scale fino al seminterrato, dove Patel consegna le chiavi, il portafoglio e le scarpe. Greene gli passa la paletta di un metal detector su e giù per le gambe e poi lo conduce nella stanza accanto, dove c’è uno scanner per la risonanza magnetica nucleare (Rmn). Patel si stende su un lettino e Greene gli sistema sulla testa un apparecchio simile a una gabbia. Il ricercatore fa in modo che la testa di Patel sia al centro di un gigantesco magnete a forma di ciambella.

Greene torna nella cabina di controllo per calibrare la Rmn. Poi comincia a inviare a Patel dei messaggi tramite un videoproiettore. Tra i messaggi c’è un dilemma tratto dall’ultima puntata della serie televisiva Mash: alcuni abitanti di un villaggio sono nascosti nella cantina di un edificio mentre i soldati perlustrano le stanze al piano di sopra. All’improvviso un bambino si mette a piangere. Gli abitanti del villaggio sanno che, se i soldati lo sentono, troveranno il nascondiglio e li uccideranno tutti. Il dilemma è: “È ammissibile soffocare tuo figlio per salvare la tua vita e quella dei tuoi compagni di sventura?”.

Mentre Patel riflette su questa domanda e su altre simili, l’apparecchio per la Rmn fa continue scansioni al suo cervello, rilevando un’intensa attività neuronale. Negli ultimi quattro anni Greene ha sottoposto decine di persone alle scansioni e ha fatto delle scoperte molto importanti. La maggior parte di noi tende a pensare che quando decidiamo se una cosa è giusta o sbagliata, lo facciamo ragionando. Greene sostiene invece che le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella formulazione dei giudizi morali, perché provocano reazioni istintive, frutto di milioni di anni di evoluzione: “Molte delle nostre convinzioni morali più profonde sono determinate dalla nostra storia evolutiva”.

L’anima al microscopio

Greene è all’avanguardia di una disciplina così nuova da non avere ancora un nome. Neuroscienza morale? Neuroetica? L’unica cosa certa è l’importanza di queste ricerche. “Alcuni volontari pensano che stiamo esaminando la loro anima al microscopio, e in un certo senso è proprio così”, ammette lo studioso.

Greene ha cominciato ad appassionarsi ai giudizi morali ai tempi dei suoi studi di filosofia ad Harvard. Lì ha imparato che la maggior parte delle teorie sul pensiero morale si rifanno agli insegnamenti di due grandi filosofi: Immanuel Kant e John Stuart Mill. Kant era convinto che la ragion pura potesse, da sola, condurci alle verità morali. Basandosi esclusivamente sul ragionamento, per esempio, aveva stabilito che usare qualcuno per i propri fini è sbagliato, mentre è giusto agire secondo principi accettati da tutti.

John Stuart Mill sosteneva invece che le regole per stabilire cosa fosse giusto o sbagliato dovevano puntare, soprattutto, a conseguire il maggior bene per il maggior numero di persone, anche se qualche individuo rischiava di rimetterci (la sua teoria è nota come “utilitarismo” perché si basa sull’utilità di una regola morale). “Kant antepone ciò che è giusto a ciò che è utile”, spiega Greene. “Mill fa il contrario”.

Utilitaristi e kantiani

Quando si è trasferito a Princeton, Greene era insoddisfatto sia degli utilitaristi sia dei kantiani, perché non riuscivano a spiegare il funzionamento dei giudizi morali nella realtà. L’esperimento mentale ideato dalle filosofe Judith Jarvis Thompson e Philippa Foot è emblematico: siete alla guida di un carrello ferroviario con i freni guasti. Il veicolo si avvicina a un bivio a grande velocità: a sinistra cinque operai lavorano sui binari; a destra c’è un operaio solo. Se non intervenite il carrello imboccherà il binario di sinistra e ucciderà i cinque operai. Per salvare cinque vite dovete assumervi la responsabilità di deviare il percorso del carrello, azionando una leva, uccidendo così un solo operaio. Che fate?

Ora immaginate di osservare il carrello impazzito dall’alto di un ponte pedonale. Stavolta il bivio non c’è. Ci sono però cinque operai in pericolo di vita. Sul ponte, accanto a voi, c’è un uomo corpulento. Se gli date una spinta e lo fate cadere sui binari morirà sicuramente, ma la sua mole fermerà la corsa del carrello.

Siete disposti a uccidere deliberatamente una persona o preferite che ne muoiano cinque?

Da un punto di vista razionale la risposta ai due dilemmi dovrebbe essere la stessa. Ma se fate un sondaggio tra i vostri amici, scoprirete che quelli disposti ad azionare la leva sono molto più numerosi di quelli disposti a buttare l’uomo giù dal ponte. Non è facile spiegare come mai un’azione che sembra giusta in un caso può sembrare sbagliata nell’altro. A volte ci comportiamo come vorrebbe Kant, altre come vorrebbe Mill. “Il dilemma del carrello dimostra la complessità del problema”, spiega Greene. “Se trovassi il modo di risolvere il dilemma, darei un contributo fondamentale alla questione etica che contrappone Kant e Mill”.

Greene vuole dimostrare che il nocciolo della questione sono le emozioni e non i giudizi razionali. Si è messo quindi a studiare i saggi psicologici di David Hume, il grande filosofo scozzese del settecento. Hume sosteneva che le persone considerano giusto un comportamento non per motivi razionali, ma perché li fa sentire buoni; allo stesso modo considerano sbagliato un comportamento perché provano un senso di disgusto. “La consapevolezza morale”, scriveva Hume, “emerge da un sentimento immediato e da una più profonda idea di sé”.

I primatologi hanno scoperto che gli istinti morali hanno radici profonde. Nello scorso settembre Sarah Brosnan e Frans de Waal della Emory university hanno scoperto che le scimmie sono dotate di un senso di equità. Brosnan e de Waal hanno cominciato a distribuire sassolini ad alcune scimmie cappuccine. Se le scimmie restituivano il sassolino, ricevevano un cetriolo. Poi i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento con due scimmie chiuse in gabbie vicine, disposte in modo che si potessero vedere. Una scimmia continuava a ricevere un cetriolo, mentre l’altra riceveva un grappolo d’uva, cioè una ricompensa più ghiotta. Più di metà delle scimmie che ricevevano i cetrioli hanno cominciato a rifiutare lo scambio. Alcune tiravano il cetriolo contro i ricercatori, altre si rifiutavano di restituire il sassolino. “A quanto pare”, spiega de Waal, “protestavano perché non erano trattate in modo equo”.

Circuiti distinti

In uno studio precedente de Waal ha osservato una colonia di scimpanzé allo zoo. Gli animali venivano nutriti dal guardiano solo dopo che tutti gli individui si erano riuniti in un recinto. Un giorno alcuni scimpanzé giovani si sono attardati a giocare fuori dal recinto, mentre gli altri aspettavano il pranzo. Il giorno dopo gli scimpanzé hanno attaccato i ritardatari per punirli del loro egoismo.

I primati sono quindi in grado di formulare giudizi morali anche se non ragionano come gli esseri umani. “Per quanto possano essere intelligenti, gli scimpanzé non leggono Kant”, scherza Greene.

Le origini evolutive della moralità nelle specie sociali si possono immaginare. Probabilmente in epoca preistorica è stato il senso dell’equità a convincere i primati a cooperare. Il senso di sdegno e di rabbia nei confronti dei primati “egoisti” ha cementato il gruppo. Man mano che i nostri antenati acquisivano più consapevolezza di sé e sviluppavano il linguaggio, hanno trasformato quei sentimenti in codici morali da trasmettere ai figli.

La ricostruzione di Greene offre una soluzione anche al problema del carrello. Le due situazioni sono simili, ma attivano circuiti distinti del cervello. Probabilmente l’atto di uccidere qualcuno con le proprie mani era considerato immorale già milioni di anni fa: evoca emozioni antiche e profondamente negative, quale che sia il beneficio derivante dall’uccisione. Ci sembra sbagliato, punto e basta.

Azionare una leva su un carrello ferroviario, invece, non è un problema che riguardava i nostri antenati. Causa ed effetto, in questo caso, sono separati da una concatenazione di eventi e non portano a un giudizio morale automatico. Per stabilire cosa è giusto o sbagliato ci affidiamo a un ragionamento astratto, valutando costi e benefici.

Nel 1999 Greene ha saputo che l’università stava mettendo in piedi un centro per ottenere immagini funzionali del cervello. Il cuore del Centro per lo studio del cervello, della mente e del comportamento è uno scanner per la Rmn che si trova nel seminterrato. L’apparecchio genera un campo magnetico molto intenso che gli permette di scattare fotografie al cervello. Alcune molecole del cervello si allineano al campo magnetico, che viene fatto oscillare rapidamente di pochi gradi. Le molecole a loro volta oscillano, emettendo così onde radio. Lo scanner può quindi elaborare un’immagine del cervello e localizzare le aree in cui i neuroni consumano più ossigeno, a dimostrazione di un’attività cerebrale più intensa. In meno di due secondi lo scanner può circoscrivere questa attività a una regione di un millimetro cubico, più o meno le dimensioni di un granello di pepe.

Nei primi anni novanta, quando gli scienziati hanno scoperto le scansioni cerebrali, venivano studiati gli elementi fondamentali del pensiero: linguaggio, vista e attenzione. Negli ultimi anni i ricercatori hanno cercato di capire anche come funziona il cervello quando le persone interagiscono tra loro. Hanno dimostrato che gli esseri umani sono dotati di particolari reti neuronali che forniscono quello che molti neuroscienziati cognitivisti definiscono intelligenza sociale. Alcune regioni cerebrali sono in grado di reagire a un volto sorridente o corrucciato in un decimo di secondo. Altre ci consentono di entrare nella testa di una persona e di prevedere le sue intenzioni. Quando il neuroscienziato Jonathan Cohen è arrivato a Princeton per dirigere il centro, ha deciso di usare lo scanner per analizzare il rapporto tra attività cognitive ed emozioni. La ricerca di Greene sulla moralità rientrava perfettamente in questo ambito.

Strutture neuronali

Greene ha cominciato così a studiare il modo in cui il cervello affronta dilemmi di vario tipo. Oltre alla questione del carrello ferroviario, lo studioso ha ideato una serie di domande che ponevano i volontari di fronte a dilemmi morali. Alcune domande riguardavano le scelte morali personali; altre erano sempre di tipo morale ma impersonali; altre ancora erano del tutto innocue, come decidere se prendere la metropolitana o l’autobus per andare al lavoro. In questo modo Greene ha analizzato i circuiti decisionali del cervello e le strutture neuronali che distinguono il pensiero personale da quello impersonale.

Greene prevedeva risposte rapide dei volontari ad alcune domande. Uccideresti il padre malato di un tuo amico per fargli incassare l’assicurazione? Certo che no. Altri dilemmi (come quello sul bambino da soffocare) erano orribili e suscitavano grande angoscia. Sono quelli che Greene definisce dilemmi “estremi”: “Se non fossero raccapriccianti vorrebbe dire che non facciamo bene il nostro mestiere”.

Mentre i volontari di Greene rimuginavano su interrogativi del genere, lo scanner analizzava la loro attività cerebrale. Alla fine Greene ha accumulato interi gigabyte di dati che hanno permesso una mappatura completa del cervello. “Non è difficile come formulare un ragionamento filosofico”, spiega Greene, “ma ci sono molti dettagli di cui bisogna seguire l’evoluzione”. Analizzando i dati Greene ha ricevuto molte conferme. Come aveva previsto, le decisioni morali personali stimolavano alcune regioni del cervello molto più di quelle impersonali.

Man mano che aumentavano i volontari e i dati raccolti, la configurazione delle aree attive si faceva sempre più chiara: le decisioni morali impersonali (per esempio azionare la leva del carrello) aumentavano l’attività nelle regioni del cervello coinvolte anche nella risposta agli interrogativi non morali (prendere la metropolitana o l’autobus per andare al lavoro). Tra le regioni attive c’era un’area sulla superficie del cervello vicino alle tempie. Questa regione, la corteccia dorsolaterale prefrontale, ha un ruolo vitale nel pensiero logico. I neuroscienziati pensano che permetta di analizzare contemporaneamente varie informazioni e di confrontarle. “Usiamo quella parte del cervello per decidere su questioni per cui l’evoluzione non ci ha preparati”, spiega Greene.

Capire la sofferenza

I dilemmi morali personali attivano invece altre regioni del cervello. Una, situata nella fessura del cervello dietro il centro della fronte, ha un ruolo cruciale nel capire quello che altre persone pensano o sentono. Una seconda, nota come solco temporale superiore, si trova sopra l’orecchio e raccoglie informazioni sulle persone in base a come muovono labbra, occhi e mani. Una terza, composta da due regioni adiacenti, il cingolato posteriore e il precuneo, si attiva quando le persone provano forti emozioni.

Greene ritiene che queste regioni facciano parte di una rete neuronale in grado di produrre gli istinti emotivi che si nascondono dietro a molti dei nostri giudizi morali. Il solco temporale superiore ci rende consapevoli del fatto che altre persone potrebbero essere danneggiate. La capacità di cogliere gli stati d’animo altrui ci permette di capire la loro sofferenza. Il precuneo ci aiuta a riconoscere una sensazione negativa, per esempio ci dà la percezione immediata che uccidere qualcuno è sbagliato.

Quando Greene e i suoi colleghi hanno cominciato la loro ricerca, non erano mai state effettuati scansioni cerebrali per analizzare le questioni morali. Oggi molti altri ricercatori hanno intrapreso gli studi sulle basi neuronali della moralità. I risultati di queste ricerche sembrano confermare l’intuizione di Greene.

Un’altra équipe di ricercatori di Princeton ha localizzato i circuiti neuronali preposti al senso di equità. Gli esseri umani, come le scimmie cappuccine, si irritano molto, più di quanto sarebbe razionale, se si sentono vittime di un’ingiustizia. Un esempio classico di questo fenomeno si osserva nel “gioco dell’ultimatum”, in cui due giocatori devono spartirsi una somma di denaro. Un giocatore decide le parti e l’altro può accettare o rifiutare, ma se rifiuta resteranno entrambi a mani vuote.

Se i giocatori si comportassero in modo puramente razionale, il gioco avrebbe un risultato prevedibile. Il primo giocatore offrirebbe all’altro la peggiore spartizione possibile e il secondo accetterebbe. In fin dei conti, pochi spiccioli sono meglio di niente. Eppure, nella realtà i giocatori tendono a offrire una spartizione che si avvicina al classico 50 e 50. Ancora più interessante è che, quando viene offerta una quota decisamente inferiore alla metà, spesso si ottiene un rifiuto.

L’équipe di Princeton, guidata da Alan Sanfey, ha cercato di spiegare il rifiuto sottoponendo i volontari a una risonanza magnetica mentre giocavano a “ultimatum”. I volontari avevano il ruolo di secondo giocatore. In alcuni casi il primo giocatore era un essere umano, in altri un computer. Sanfey ha scoperto che le proposte inique fatte dai giocatori umani suscitavano – più di quelle avanzate dal computer – vistose reazioni in una regione del cervello nota come insula anteriore. Come risulta da precedenti ricerche, quest’area è preposta ai sentimenti di rabbia e sdegno. Sanfey e i suoi collaboratori hanno scoperto che più la reazione era energica, più probabilità c’erano che l’offerta fosse respinta.

Un altro modo per studiare l’intuizione morale è esaminare i cervelli che ne sono privi. James Blair, ricercatore dell’Istituto nazionale della salute mentale, effettua da anni test psicologici sui criminali psicopatici. Ha scoperto che questi presentano alcune misteriose lacune nella percezione. In particolare, faticano a riconoscere la paura o l’angoscia nei volti o nelle voci degli altri.

Blair sostiene che i sintomi della psicopatia criminale si possono notare già nell’infanzia. Un livello anomalo di alcuni neurotrasmettitori potrebbe rendere i bambini meno inclini all’empatia. Di solito i bambini, quando vedono che qualcuno si rattrista o si arrabbia a causa delle loro azioni, cercano di evitare quelle azioni in futuro. Gli psicopatici in erba, invece, non percepiscono il dolore degli altri e non riescono quindi a frenare i loro istinti.

Greene ha potuto osservare come si attivano le reti cerebrali, sia quelle intuitive sia quelle razionali. A volte questi circuiti producono reazioni opposte di pari intensità e il cervello ha difficoltà a scegliere. Questo fenomeno è dimostrato dal tempo che alcuni volontari di Greene impiegano per rispondere alle domande. Le risposte alle domande morali impersonali o a quelle non morali richiedono tempi equivalenti. Ma quando i volontari decidono che è opportuno ferire o uccidere personalmente qualcuno, impiegano molto tempo per rispondere sì: circa il doppio rispetto al tempo che impiegano a rispondere no alla stessa domanda. Le scansioni di Greene rivelano che la rete emotiva del cervello dice no, mentre quella razionale dice sì.

I ricercatori hanno scoperto che quando due regioni del cervello entrano in conflitto, si attiva un’area nota come corteccia del cingolato anteriore (Acc), che cerca una mediazione tra le parti. Gli psicologi sono in grado di attivare l’Acc con un semplice gioco, il test di Stroop, in cui bisogna associare un colore alle parole. Se ai volontari viene mostrata la parola blu scritta a lettere rosse, le loro risposte arrivano più lentamente e si attiva l’Acc. “È l’area del cervello che dice: ‘Ehi, qui c’è un problema da risolvere!’”, spiega Greene.

Le domande di Greene sono una specie di test di Stroop morale. Quando i volontari impiegano molto tempo per rispondere ai dilemmi, entra in azione l’Acc. “La ricerca ha puntualmente confermato le mie previsioni”, spiega Greene. In altre parole, i suoi studi hanno aperto l’era della biologia dei tormenti morali.

Naturalmente non tutti provano la stessa angoscia di fronte agli interrogativi di Greene. E non tutti rispondono nello stesso modo. Alcuni non sono disposti a spingere un uomo giù dal ponte, mentre altri lo farebbero. Greene ha soprannominato questi due tipi i kantiani e gli utilitaristi. Il prossimo passo è rilevare le attività cerebrali caratteristiche di ciascun gruppo.

Greene sa che i risultati delle sue ricerche potrebbero ricevere un’accoglienza ostile: “A volte la gente mi dice: ‘Se tutti credessero a quello che dici, il mondo andrebbe a rotoli’”. Se il bene e il male non sono altro che reazioni istintive dei neuroni, perché impegnarsi a essere buoni? Ma Greene ribadisce che non si possono ignorare i dati scientifici: “Quando capisci il comportamento di qualcuno su un piano meccanico, è difficile considerare sbagliate o immorali le sue scelte. Puoi considerarla una persona pericolosa o provare compassione. Ma a livello neuronale il male non esiste”.

Indiani e statunitensi

Quando Patel riemerge dalla sala dello scanner, è quasi mezzanotte. “Posso stamparti una copia del tuo cervello subito o inviartela più tardi per email”, gli dice Greene. Patel osserva l’immagine sullo schermo del computer. “Non ti riconosci?”, gli chiede Greene con un sorriso. “Forse non è il caso di mandarla a tua madre”.

Ben presto Greene e Patel, che è indiano, si mettono a discutere su come indiani e statunitensi possano rispondere in modo diverso ad alcuni dilemmi morali. Le varie società umane condividono alcuni imperativi morali come l’equità e la comprensione. Ma Greene sostiene che culture diverse producono tipi diversi di moralità e di circuiti neuronali. La moralità indiana, per esempio, è incentrata sulla questione della purezza, quella americana sull’autonomia individuale. Jonathan Haidt, uno psicologo dell’università della Virginia, sostiene che queste differenze plasmano il cervello di un bambino fin dall’infanzia. Gli adulti hanno circuiti neuronali che forniscono reazioni emotive in grado di guidare i loro giudizi per tutta la vita.

“Probabilmente molti conflitti mondiali dipendono dalle differenze neuronali”, sostiene Greene. Questo spiega perché alcuni conflitti sono così difficili da risolvere. “Spesso due persone parlano senza ascoltarsi a vicenda. Entrambe sono convinte che l’altro sia irrimediabilmente stupido o in malafede. Non riescono a immaginare che qualcuno possa essere in disaccordo su una questione che sembra così ovvia”. Alcuni non si capacitano di come altri tollerino l’aborto. Altri si chiedono come facciano le donne a presentarsi in pubblico senza il velo. La risposta è semplicemente che i loro cervelli funzionano in modo diverso: geni, cultura ed esperienze personali hanno dato una diversa impronta alla loro coscienza morale.

Greene spera che le sue ricerche possano contribuire a risolvere alcune dispute che sembrano insanabili: “Quando capiamo come funziona il cervello, impariamo anche a giudicare le idee degli altri con più distacco. Non abbandoniamo i nostri valori di riferimento, ma diventiamo più ragionevoli. Anziché dire: ‘Io ho ragione e tu sei matto’, diremo semplicemente: ‘Abbiamo opinioni diverse’”.

Greene potrebbe filosofeggiare ancora a lungo, ma è ora di tornare un neuroscienziato. È tardi e analizzare il cervello di Patel non sarà facile.

 

Sull’etica contemporanea si può leggere:

- Studio di casi: Il Treno impazzito
- Emmanuel Lévinas, La difficile libertà, Jaca Book 2004
- Hans Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi 2002
- Martha C. Nussbaum, La fragilità del bene, Il Mulino 1996.

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Tratto da "Internazionale", n. 536, 23 aprile 2004.