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Sabato, 22 Settembre 2018

Né solo appelli alla coscienza, né solo riaffermazioni di valori

Mai come in questi giorni, soprattutto in riferimento alle note vicende in cui è coinvolgo il premier Berlusconi, si avverte la necessità di riconoscere “senza se e senza ma” tutta una serie di diritti di libertà e di diritti sociali che attengono, i primi, alla sfera privata, i secondi, alla sfera pubblica.
Succede infatti frequentemente che si mescolino il piano dei fatti e il piano dei valori, con la conseguenza che un fatto diventa spesso il valore unico da perseguire. Non a caso fra le questioni più dibattute quella della privacy è la più infuocata e rischia di diventare l’unica cifra o chiave di lettura di un fenomeno peraltro molto complesso e ingarbugliato. Non solo, ma rischia di ridurre il valore a un fatto “liquidamente” storico, socio-culturale, caratterizzato da un’infinita varietà di interpretazioni e realizzazioni quanto sono i vissuti individuali.
Un’analisi rigorosamente etica del caso dovrebbe rimandare a dei ragionamenti più chiari e articolati che non confondano e al tempo stesso non separino il piano dei fatti e quello dei valori. Questo è possibile attraverso due passaggi.
Il primo passaggio consiste nella delimitazione del contesto operativo e nella rilevazione degli elementi moralmente rilevanti della vicenda. Al riguardo le domande sono molte. Di chi e di che cosa si vuole parlare? Di una minorenne fuggita da casa e in balia di se stessa, oppure del premier Berlusconi? E in riferimento al premier quali atti o comportamenti sono da prendere in considerazione? Quelli inerenti alla privacy, al diritto di ciascuno di invitare a casa sua chi crede, o gli atti o comportamenti inerenti al suo ruolo, al fatto di non essere un semplice cittadino, ma appunto il premier, il capo del governo, obbligato dalla costituzione a mantenere in privato e in pubblico un comportamento degno, decoroso, conforme al ruolo che svolge?
Ovviamente, non potendo parlare di tutto e di tutti, è logico che si debba scegliere di volta in volta ciò di cui si intende parlare e si condivida il punto di vista da cui si parla. E ad esempio si sceglie di parlare del premier e si condivide un punto di vista etico, è importante, dopo aver delimitato il contesto operativo, precisare gli elementi moralmente rilevanti che lo caratterizzano; e che, nella fattispecie, non riguardano la persona del premier, né il luogo e il tempo in cui trascorre la sua vita privata, bensì eventuali conflitti tra il suo diritto alla privacy e il diritto dei cittadini ad avere un premier che li rappresenti in Italia e all’estero nel modo più degno e decoroso possibile.
Di qui, per la valutazione etica, un secondo passaggio che consiste nell’individuazione di una corretta pista etico-argomentativa. Non si tratta infatti di valutare se il premier sia o meno moralmente colpevole o peccatore. Compito, questo, che spetta alla coscienza o in ultima istanza, per il credente, a Dio. Tanto meno si tratta di appurare se abbia commesso un reato oppure no. Compito, questo, che spetta ai giudici, alla magistratura.
Il problema morale che si configura è un altro: fatto salvo, senza ipocrisie e perbenismi, il diritto del premier alla privacy, come valutare il conflitto che è venuto a determinarsi tra il diritto alla privacy e altri diritti? In altri termini, ogni limitazione al diritto alla privacy del premier - si pensi alle intercettazioni, ai resoconti dei giornali - è un atto intrinsecamente cattivo? Un atto che non trova giustificazione morale?
Qui entrano in gioco due piste argomentative: o si ritiene che il diritto alla privacy non vada mai compromesso in quanto bene che non trova un altro uguale o superiore ad esso, oppure si ritiene che vi siano beni uguali, se non superiori - si pensi alla tutela di una minorenne - che legittimano eventuali interventi o limitazioni, qualora fossero l’unico mezzo per tutelare o perseguire tali beni.
Sotto questo profilo non c’è chi non veda come non sia sufficiente né appellarsi alla sola coscienza individuale, né riaffermare solo valori universali. E il motivo è che la coscienza non è un’istanza infallibile: sia pure in buona fede, tutti possono fare scelte morali sbagliate. Anzi, più è forte la convinzione di essere moralmente nel giusto, più difficile è individuare l’errore morale. E in ogni caso, quando sono in gioco diritti di terzi, è non solo legittimo, ma doveroso intervenire per correggere chi sbaglia, o almeno impedirli, anche con la forza se necessario, di continuare a fare del male, per quanto in buona fede.
Non è però nemmeno sufficiente riaffermare solo valori: e ciò per il semplice fatto che ognuno ha i suoi. Il problema non riguarda tanto i valori, bensì eventuali scale di valori e la loro corretta traduzione o realizzazione nella prassi.
In ogni caso, anche da un punto di vista etico, non si devono mai giudicare le persone, bensì il loro stile di vita, i loro comportamenti, le loro azioni, nella misura in cui ricoprono ruoli sociali, politici o religiosi.

Giuseppe Trentin